L’ 8 gennaio, Leonardo Sciascia, uno dei più grandi scrittori della letteratura italiana del novecento, avrebbe compiuto 100 anni. Per un intellettuale del suo calibro, ricordarlo solo oggi sarebbe molto riduttivo .

La coincidenza che quest’anniversario cada in un anno funestato da una pandemia e dall’attuale crisi di governo, di cui il nostro Stato è al tempo stesso vittima e artefice, ci invita ad analizzare l’ uomo letterato, ma soprattutto l’uomo dotato di un grande senso introspettivo e di uno spirito critico acuto. Queste sue caratteristiche gli permettevano di cogliere ogni sfumatura di persone e fatti, che poi magistralmente faceva rivivere nei suoi romanzi attraverso i suoi personaggi.
Durante la sua carriera di scrittore, Sciascia scrisse poesie, saggi, racconti e romanzi, alcuni dei quali hanno poi ispirato grandi registi, diventando dei capolavori del cinema italiano. Uno tra questi è “Il giorno della civetta” con la regia di Damiano Damiani. Questo romanzo segna l’esordio di Sciascia nel genere del romanzo poliziesco, dove emerge chiaramente il suo impegno denuncia contro la mafia che, ai tempi in cui Sciascia scrive, era ignorata dalle istituzioni e dall’informazione pubblica.

Nel romanzo, la sua aspra denuncia, si incarna negli ideali del capitano dei carabinieri Bellodi, un uomo venuto dal nord che, grazie alla passione per il suo lavoro e un forte senso per la giustizia, fa di tutto per trovare la verità legata ad un intricato omicidio di cui “nessuno sa niente e non ha visto nulla.”
Sciascia ha trovato nel romanzo poliziesco il mezzo ideale per costruire storie che fossero, al tempo stesso, strumenti di denuncia. Attraverso i suoi romanzi, ha messo in luce una Sicilia dominata da una profonda omertà, mista a indifferenza e insofferenza nei confronti dello Stato.
È davvero una grande perdita quella di Sciascia. La sua lungimiranza è stata capace di cogliere degli aspetti che,a distanza di tempo, si sarebbero realmente verificati. La sua arguzia e il suo “occhio clinico” gli hanno consentito di analizzare vicende che, ancora oggi, trovano una sorprendente attualità e riscontro.

Uno dei suoi ultimi romanzi su cui vale la pena di soffermarsi è “Toto modo”, in cui i protagonisti sono uomini legati al mondo della finanza: banchieri,capi di partito,giornalisti e uomini religiosi che, per espiare i propri peccati, decidono di fare dei giorni di ritiro spirituale in un ex monastero-albergo, dal nome un po’ misterioso: Zafer. Il fondatore della comunità è Don Gaetano, un ambiguo personaggio con una vasta cultura, impegnato, in quei giorni, a tenere in pugno i suoi ospiti, con discorsi articolati ed invettive rivolte contro di loro. Gli ospiti, tramite preghiere e fustigazioni, cercano disperatamente una remissione per i loro peccati.

I protagonisti sono legati alla Democrazia Cristiana e la vicenda si sviluppa attraverso una serie di omicidi all’interno dello Zafer, dove rimangono vittime alcuni degli stessi ospiti. Tuttavia, in un paradosso narrativo, dopo una lunga indagine non si riesce ad individuare il vero colpevole. Alla fine del romanzo rimangono in vita tre personaggi: il pittore-io narrante, il commissario e il procuratore Sgalambri, i quali finiscono per ammettere, ciascuno, la propria ipotetica colpevolezza.

Questi sono anche gli anni in cui già si sentiva parlare del “compromesso storico”, che poi avrebbe trovato una tragica fine, con il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro. Il romanzo ha anche un suo seguito nel film di Elio Petri del 1976, a lungo osteggiato e censurato dalla critica perché conteneva dei precisi riferimenti a dei personaggi di quel tempo, già subito riconoscibili, per esempio, nell’interpretazione di Volontè nei panni del presidente, la cui mimica facciale e impostazione della voce, ricorda quasi perfettamente l’allora presidente della Dc, Aldo moro.

Il film si apre con una scena che, a rivederla adesso, mette un po’ i brividi: un’ ambulanza in movimento,che, con un megafono, intima la gente di fare attenzione perché c’è una pandemia in corso, invitando tutta popolazione, di qualsiasi età, a convogliarsi presso delle aree create appositamente per il “vaccino obbligatorio”.

Potremmo considerare sia il libro di Sciascia che il film di Petri, un’esagerazione, ma non si può sottovalutare che Sciascia, così attento osservatore, possa anche avere visto oltre, come già aveva fatto, George Orwell nel suo “1984”, dove possiamo riscontrare alcune similitudini con il nostro scrittore siciliano per le “profezie” presenti in alcuni dei suoi romanzi.

Sarebbe stato molto interessante,oggi, potergli fare un’intervista, e chissà quante cose avrebbe ancora da dire! Anche se era un uomo un po’ schivo e riservato, abituato a scrivere i suoi libri nella sua più totale intimità e tranquillità, ammirando il paesaggio che vedeva dalla sua stanza nella sua casa di campagna e magari annusando un fiore di gelsomino.

Lascia un commento

In voga